Fine pena: MAI

 

L’ergastolo ostativo è un istituto del nostro ordinamento  sconosciuto a molti.  Sembra quindi opportuno iniziare la nostra trattazione spiegando in cosa consista questa tipologia di pena, quale sia la sua ratio e quale la sua disciplina giuridica.

In primo luogo l’aggettivo qualificativo “ostativo” differenzia questa pena da quella disciplinata all’ articolo 22 del Codice Penale, rubricato “ERGASTOLO”.

La disciplina dell’ergastolo ostativo si ricava dall’ articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario; essa si applica  nel caso di condanna per gravi delitti come terrorismo, associazione mafiosa, sequestro a scopo di estorsione o associazione per traffico di stupefacenti (c.d. reati ostativi ) e prevede che il condannato non possa usufruire di permessi premio, semilibertà,  liberazione condizionale e in generale di tutti quei benefici penitenziari che spettano invece a chi è stato condannato all’ ergastolo “semplice”. L’unico modo per potersi riscattare da questa condizione è diventare collaboratore di giustizia purché la collaborazione sia ritenuta giuridicamente rilevante.

Quindi, semplificando, l’ergastolo ostativo non diventa altro che una pena perpetua: la reclusione a vita.

Quando si parla di pena e della sua funzione il discorso diventa sempre molto complesso: di primo acchito l’istinto umano reagisce pensando a una punizione esemplare che abbia la funzione di essere un monito per tutta la collettività a non tenere determinati comportamenti ritenuti particolarmente allarmanti e dannosi. Successivamente invece è necessario fare i conti con la razionalità, tenendo conto dei confini all’ interno dei quali è possibile muoversi da un punto di vista giuridico. I ragionamenti istintivi infatti vanno spesso al di là di quella che dovrebbe essere la funzione general-preventiva della pena stessa.

A questo punto chi è avvezzo alla materia giuridica potrà facilmente capire per quale motivo sulle norme che disciplinano questa speciale forma di ergastolo sia stata posta questione di legittimità costituzionale e si sia ricorsi alla Corte EDU. Per chi invece non lo fosse, proviamo a spiegarlo brevemente.

Nell’ art.27 c. III della nostra Costituzione (fonte del diritto suprema al cui presidio e rispetto è posto un organo giurisdizionale ad hoc che è la Corte Costituzionale) si legge che le pene non possono essere inumane e che devono tendere alla rieducazione del condannato.L’ergastolo ostativo prevede che il condannato venga escluso da tutti i benefici penitenziari  a meno che egli non decida di collaborare con la giustizia. Non è tutto. Si può contestualmente applicare anche il regime del 41bis che, oltre ad escludere i benefici penitenziari, istituisce il cosiddetto “ carcere duro” in cui sono sospese le normali regole di trattamento penitenziario. Possiamo definire questa pena umana e tendente alla rieducazione del condannato? A voi la riflessione.

L’art. 3 della “Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo” recita: ”Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”.                       E’ o non è degradante per la persona condannata ad un fine pena mai non avere la possibilità di vedere uno spiraglio di luce in una vita immersa nell’ oscurità più profonda? Anche in questo caso a voi la riflessione.

Il dato di fatto è che sia la Consulta che la Corte EDU hanno salvato queste norme. L’ergastolo ostativo non è ritenuto pena perpetua poiché è necessario considerare il potere di Grazia spettante al Presidente della Repubblica, il quale ha quindi la possibilità di revocare la pena. Inoltre questa speciale tipologia di detenzione non è considerata perpetua  “de iure” ma solo “de facto”, essendo l’ergastolo stesso scelta  imputabile all’ergastolano che preferisce la morte dietro le sbarre ad una collaborazione esigibile (senza prendere però in considerazione quei soggetti il cui sodalizio di appartenenza non esista più). Collaborazione però non è certo sinonimo di pentimento. Pentirsi ha come implicazione una redenzione morale che in queste circostanze molto spesso non c’è. Barattare quindi la collaborazione con i benefici penitenziari non fa del collaboratore un pentito. Insomma il sistema diventa  più forte della volontà del detenuto di cambiare. La vita dei condannati sottoposti a questo regime si riduce a mera esistenza, l’esperienza in carcere diventa “carcerogena”, la dignità viene loro sottratta deliberatamente insieme alla speranza. Citando Santi Consolo, capo del Dipartimento dell’ Amministrazione Penitenziaria, magistrato dalla lunga esperienza a contatto con i detenuti, “con l’uccisione della speranza di uscire dal carcere, viene anche uccisa la dignità della persona”. E’ paradossale pensare che anche l’ergastolano del passato (quello del Codice Rocco, il codice fascista per intendersi), pur sottoposto alla tortura dell’incertezza, abbia  sempre avuto la speranza di non morire in carcere.

Speranza. “Spes contra spem”, avere ed essere speranza anche quando sembra che speranza non vi sia più, è l’espressione latina utilizzata da Paolo di Tarso nella Lettera ai Romani (4, 18) in cui l’apostolo definisce la smisurata fede di Abramo proprio con questa locuzione:

 “… qui contra spem in spem credidit, ut fieret pater multarum gentium secundum quod dictum est ei: Sic erit semen tuum”. (“Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: così sarà la tua discendenza”).

“Spes contra spem” però, oltre ad essere una locuzione tratta dal Nuovo Testamento, è anche il titolo del docu-film di Ambrogio Crespi che pone l’attenzione, tramite interviste singole, sulle vite di condannati all’ergastolo ostativo. Un tavolo, un uomo, una storia da raccontare, un viso in controluce. Luce ed ombra, speranza e pentimento.  Speranza o illusione?

In conclusione è necessario fare una riflessione: sicuramente nella nostra storia giudiziaria ci sono stati, ci sono e ci saranno diversi casi limite. Senza ombra di dubbio buona parte degli oltre 1200 detenuti condannati ad ergastolo ostativo meritano e meriteranno per sempre questo tipo di esistenza. A questo punto però sorgono spontanei alcuni interrogativi: non sarebbe più ragionevole effettuare valutazioni caso per caso? Non sarebbe più ragionevole (come avviene già in altri Stati) valutare a cadenza periodica l’idoneità del detenuto ad essere reinserito nella società? Non è forse un dispendio inutile per lo Stato far morire in carcere un detenuto “rieducato”?

Se non vogliamo dare a tutti a una seconda possibilità, diamola almeno a chi dimostra di meritarla. Dato che  ciò, per il momento, non avviene, non rimane che chiedersi: siamo davvero sicuri di poter esclamare a gran voce che nel nostro paese la pena di morte sia stata abolita?

Federico De Giorgi

Ludovica Tripodi

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