LA SOCIETÀ FOGGIANA

Ottobre 2016, lo scenario è un bar di periferia di una città del Sud. Due ragazzi stanno prendendo un caffè; una routine, un’abitudine ormai consolidata. Poco dopo entrano due uomini incappucciati e armati di fucile e pistola. Il bilancio della sparatoria recita un morto di poco di più di vent’anni e un ferito di ventuno, i due ragazzi da cui siamo partiti, imparentati con esponenti di spicco della malavita locale.

L’opinione pubblica sa che si spara così a Casal di Principe, a Napoli, nella Palermo degli Anni ’80 o nei paesini dell’Aspromonte: pochi, perlopiù addetti ai lavori e giornalisti esperti di criminalità organizzata, sanno che avvenimenti di questo tipo avvengono anche a Foggia, nel centro del Tavoliere delle Puglie, a pochi chilometri dalle spiagge del Gargano, meta turistica ormai consolidata nel panorama nazionale.

Società: un termine neutro, che designa una modalità di esercizio dell’attività imprenditoriale. Ebbene, a Foggia “società” e “attività imprenditoriale” non vogliono dire solo questo: nella città di chi scrive, “società” è mafia, è organizzazione ex art.416 bis del nostro Codice Penale, mentre l’attività imprenditoriale, in numerosissimi casi documentati dalle cronache, non può essere svolta secondo le logiche del mercato, ma secondo quanto i boss e gli esponenti della Società decidono e veicolano, attraverso le estorsioni, l’usura e gli attentati dinamitardi e non.

La Società foggiana ha una data di nascita ben precisa e un “padre” molto noto: il 5 gennaio 1979, all’Hotel Florio, “O Professore”, al secolo Raffaele Cutolo da Ottaviano, hinterland napoletano, riunisce i picciotti e i capi locali per creare una costola della sua Nuova Camorra Organizzata nella provincia di Foggia, strategicamente fondamentale dal momento che confina direttamente con la Campania. E’ quindi uno dei più noti capi camorristici di ogni tempo a seminare, ma i frutti non saranno raccolti dalla camorra, da cui ben presto la Società si affrancherà per dotarsi di strutture e sfere di influenza autonome, che determinano una differenza fondamentale sia con la Sacra Corona Unita salentina (il luogotenente della SCU a Foggia, Giuseppe Laviano, viene eliminato nel gennaio 1989, dieci anni più tardi l’incontro del Florio), sia con la malavita barese, con cui la mafia foggiana ha contatti, ma non rapporti organici.

Un tratto saliente dei clan foggiani è la staticità: scorrendo gli articoli di giornale, si nota come, sin dai primi Anni ’80, i nomi e le famiglie che si spartiscono il controllo sulla città siano sempre le stesse. Le “batterie” (così i clan si definiscono) sono tre: la famiglia Trisciuoglio, i Moretti-Pellegrino-Lanza e i Sinesi-Francavilla; da questo cerchio non si esce, né per quanto riguarda nuove leve né, dall’altro canto, come collaboratori di giustizia. Quest’ultimo dato inficia in maniera determinante il lavoro degli inquirenti e delle autorità investigative: nel corso della storia mafiosa della città di Foggia non si è mai registrato un “pentimento”, nessuno delle famiglie ha deciso di collaborare con le Forze dell’Ordine.

Non si esce nemmeno dal solito giro di attività di organizzazioni di questo tipo: anche a Foggia, il ceto imprenditoriale è seriamente soggiogato dalle estorsioni, che colpiscono indiscriminatamente piccole, medie e grandi imprese. C’è chi di denuncia al racket è morto, come l’imprenditore Giovanni Panunzio nel 1992; ci sono familiari che ancora aspettano di sapere i mandanti dell’uccisione dei propri cari, come nel caso di Francesco Marcone, funzionario dell’Ufficio del Registro Immobiliare del Comune di Foggia. C’è ancora, all’interno del fronte antimafia, una poco proficua mancanza di comunità d’intenti circa la nascita di un’associazione antiracket sul territorio, al pari di quella che opera sul Gargano: Tano Grasso, nel 2014, si occupò di fondarla, ma da allora polemiche e veleni hanno impedito che si mettessero sul campo attività proficue di contrasto alla criminalità organizzata.

In questo contesto, risaltano le testimonianze di quegli addetti ai lavori e di quei giornalisti di cui si è parlato all’inizio; sono l’audizione alla Commissione Intimidazioni, datata giugno 2014, del Questore di Foggia, nonché foggiano doc, Piernicola Silvis e un articolo pubblicato su Facebook da Roberto Saviano a gettare luce su un fenomeno ex 416-bis che ben pochi riscontri ha trovato presso l’opinione pubblica nazionale. Alla viva voce del Questore il compito di descrivere efficacemente la realtà che Foggia e la sua provincia, nonché gli amministratori locali chiamati a gestire la cosa pubblica, devono vivere quotidianamente:

“A Foggia i nomi delle famiglie mafiose non si dicono neanche in famiglia, signora Presidente. La gente ha paura. Ci sono omicidi, autobombe, estorsioni dovunque […] la cosa più grave che qui voglio dire è che sul caso Foggia non c’è il focus di nessuno.”

“Non c’è il focus di nessuno.” Nessuno o pochi sanno che, in quel giugno 2014, a Foggia una banda di rapinatori assalta la sede di un’agenzia di sicurezza con modalità da videogioco: strade bloccate da camion in fiamme appositamente predisposti, chiodi sull’asfalto per bloccare gli accessi da fuori città e sparatoria con kalashnikov contro le Forze dell’Ordine. Tutti, come dice Silvis nel corso della sua audizione, sembrano aspettare il morto eccellente per accendere i fari su un territorio in cui si uccide, si spara, si estorce e si vive nell’omertà.

Dice Domenico Seccia, ex pm del Tribunale di Lucera e attualmente dislocato a Fermo, nelle Marche:

“ “La mafia foggiana? E’ il vero pericolo in questo momento. Tanti boss ora sono liberi, perché hanno ottenuto sconti di pena. E sul territorio non c’è nessuna capacità di reazione […]È una organizzazione molto violenta, per questo incute timore anche nella popolazione. I clan si federano, si confederano o si combattono. Come in questo momento. Lo scettro, il comando, va a chi ha in mano ‘la lista’, la loro contabilità criminale sui chi deve pagare le estorsioni”

Tutto questo depaupera un territorio intero delle proprie risorse economiche, sociali e politiche. Tutto questo costringe tantissimi giovani ed emigrare e a cercare in altre realtà l’affermazione personale che a Foggia e provincia è sempre più difficile avere. Tutto questo costringe chi rimane a dover lottare per ottenere un posto al sole senza ricorrere a logiche criminali che, in certi quartieri della città, sembrano essere le uniche a garantire un futuro. A chi lotta sul territorio, a chi lotta da lontano, alle Forze dell’Ordine e a quell’opinione pubblica che informa e fa conoscere questa realtà, va il plauso dei tanti foggiani onesti che con questo sistema non vogliono avere nulla a che fare.

Mauro Mongiello

 

 

 

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