SACRO E PROFANO

Accostare la mafia e la religione è un ossimoro, un po’ come dire lucida follia o guerra santa: sono cose fra loro inconciliabili, contrastanti, incompatibili. Eppure questo è un binomio assai consolidato, sotto molti punti di vista.

Mafiosi e camorristi, ‘ndranghetisti e sacristi: chi più, chi meno, tutte le principali organizzazioni mafiose del nostro paese si sono avvalse della Chiesa e del culto cristiano per consolidare il loro potere e legittimarsi agli occhi del popolo, a cominciare dai piccoli paesi del Sud dove queste strategie attecchiscono con più facilità per una serie smisurata di motivi.

Allo stesso tempo non si può negare che da questa collaborazione la Chiesa stessa non ne abbia tratto vantaggio.

Perché i mafiosi si considerano profondamente credenti (o meglio, presunti tali)? Sicuramente si possono individuare due ragioni principali.

Da un lato ci sono motivi di appartenenza/identità, dall’altro serve da legittimazione: il culto diventa un elemento di comunanza con gli altri affiliati (si pensi a Bernardo Provenzano che spesso comunicava attraverso citazioni bibliche) e soprattutto con il resto della comunità.

 

Nei piccoli paesi del Sud Italia i preti e i parroci sono delle vere e proprie autorità e influiscono nella coscienza popolare più del sindaco, più dei maestri della scuola, più dei giornali e dei TG, che sembrano raccontare sempre fatti distanti e irrealizzabili nel paese.

Nei piccoli paesi del Sud Italia le feste patronali sono il momento più atteso di tutto l’anno, un po’ per tradizione e un po’ per mancanza di alternative: di certo il concerto del primo Maggio o la finale di Champions League  non li fanno a Platì o a Corleone.

Così il momento della processione dei Santi patroni diventa spesso il momento in cui omaggiare il boss di turno; fra i tanti esempi “l’inchino” della statua di Santa Barbara nel Dicembre 2015 a Paternò (provincia di Catania) davanti alla casa di un boss legato al clan Santapaola, oppure l’inchino della statua della Madonna delle Grazie a Oppido Mamertina (provincia di Reggio Calabria) sotto la casa del capoclan Mazzagatti.

 

La componente religiosa è molto presente altresì nei riti di affiliazione: “Calice d’argento, ostia consacrata, parole di omertà, è formata società..”, il tutto mentre si brucia un santino di San Michele Arcangelo (‘Ndrangheta); “Brucino le mie carni come questo santino se tradisco”, mentre si brucia un santino lo si passa nella mano dopo aver punto un dito e si presta giuramento (Mafia, grazie alle prime rivelazioni di Buscetta).

Addirittura a volte è anche lo stesso nome del sodalizio a evocare una dimensione ultraterrena: si pensi alla SCU (Sacra Corona Unita), in cui il termine fa riferimento al “battesimo” a cui è sottoposto ogni nuovo membro (Sacra), al fatto che gli affiliati sono come i grani di un rosario (Corona), con un alto grado di coesione interna (Unita).

Questo è rilevante perché in questo caso la religione funge solo in parte da elemento di legittimazione agli occhi del popolo, qui è soprattutto elemento di appartenenza e di identità del gruppo, che si autolegittima da sé fin dal momento in cui vengono compiuti i primi passi.

 

Detto ciò, viene naturalmente da chiedersi come mai la Chiesa a lungo non abbia avuto atteggiamenti di condanna espliciti verso le organizzazioni mafiose.

Le ragioni sono principalmente economiche: gli esperti in materia segnalano che fin dagli anni ’40 del secolo scorso i mafiosi americani riciclavano denaro sporco attraverso donazioni a Chiese ed enti religiosi; andando avanti nel tempo pare che lo stesso Riina, attraverso Licio Gelli, abbia fatto investimenti con lo IOR, la banca vaticana.

A ciò si aggiunga che il partito di riferimento della prima Repubblica, la Democrazia Cristiana (secondo i dati evocati in un processo contro Andreotti), fra il 1950 e il 1992, avesse più del 50% dei propri parlamentari e circa il 40% degli eletti in Sicilia occidentale apertamente sostenuti dalla Mafia.

Comunque col passare del tempo le posizioni della Chiesa sembrano essersi inasprite, in particolare si pensi alle parole di Papa Francesco nel 2014 che definisce la ‘Ndrangheta come “adorazione del male”, invitando a “convertirsi per non finire all’inferno” e affermando che “il denaro e il potere insanguinato non possono essere portati nell’altra vita”, il tutto concluso con la promessa di scomunica agli uomini d’onore.

Allo stesso tempo deve segnalarsi il grande impegno di Don Ciotti, fondatore di Libera, che nell’incontro del 2014 con Bergoglio ha esplicitamente incitato la Chiesa a non collaborare mai più con la Mafia, a fare autocritica ricordando che in passato questo male non fosse stato curato e rievocando i casi di Don Pino Puglisi, Peppe Diana e Cesare Boschin, uccisi rispettivamente nel 1993/1994/1995.

 

“Non nominare il nome di Dio invano”.

“Non uccidere”.

“Non rubare”.

“Non commettere atti impuri”.

Come ci si può professare credenti se i principi supremi della fede vengono sistematicamente violati?

Se è vero che tutti possono peccare e il perdono deve comunque essere accordato, si rischia di non stigmatizzare a sufficienza delitti gravissimi, che potranno sì essere severamente puniti con condanne adeguate in sede penale, ma allo stesso tempo passare inosservati nel mondo dei fedeli.

Le parole di Papa Francesco fanno ben sperare, ma finchè gli atteggiamenti di condanna non ci saranno a partire dai vari Platì, San Luca, Casal di Principe, Scampia, Bagheria, Paternò, Oppido Mamertina, insomma, dalle piccole realtà, sarà difficile vedere un reale cambiamento all’interno del mondo della Chiesa e dei suoi fedeli.

Per realizzare grandi cose bisogna iniziare dalle piccole.

 

 

Federico De Giorgi

 

Autore: Federico De Giorgi

Studente di giurisprudenza, amante dello sport e del buon vino.

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