DONNE D’ONORE: UNA REALTA’ (quasi) SCONOSCIUTA

Le donne di mafia non sono protagoniste della violenza in prima persona, generalmente non uccidono, non sono pari agli uomini sul piano delle decisioni, eppure oggi tutti gli addetti ai lavori, dai magistrati ai poliziotti, dagli studiosi agli psicologi dei servizi pubblici concordano che il loro ruolo dalle molpelici sfaccettature sia di grande rilevanza” Renate Siebert

Se le differenze e stereotipi di genere hanno condizionato la società moderna nel suo complesso, è  inevitabile pensare che anche il microcosmo delle organizzazioni malavitose abbia subito una certa influenza. Non è da molti anni, infatti, che si parla delle cosiddette “donne d’onore”.

Donne e mafia sembravano due parole inconciliabili, come due rette parallele destinate a non incontrarsi mai. L’immagine di donna debole, succube e sottomessa al proprio uomo, si allontanava nettamente dall’idea comune e condivisa di leadership, associata per antonomasia all’uomo. Eppure, mogli, sorelle e figlie sono state sempre presenti nelle dinamiche del potere mafioso e, in alcuni casi di necessità, sostituendosi all’uomo per gestire gli affari della “famiglia”. Solo nella seconda metà degli anni Ottanta, figure femminili vengono direttamente coinvolte in vicende giudiziarie come artefici dirette o per complicità o favoreggiamento.

E’ un turning point, un punto di svolta. Il nuovo riconosciuto ruolo femminile nelle organizzazioni mafiose è complesso e, per certi versi, fondamentale.

Nella sfera domestica, non sono solo madri, ma vere e proprie educatrici. Principlamente si occupano di due aspetti: la trasmissione del codice culturale mafioso e l’incitamento alla vendetta.

Il bambino riconosce come giusti i valori (o disvalori, in questo caso) che nella “famiglia” vengono trasmessi e inculcati come tali: l’omertà, la vendetta, il disprezzo dell’autorità pubblica. Rimane, quindi, isolato ed estraneo ai valori esterni, rinchiuso nella bolla-famiglia e non si riconosce nei valori offerti dalla società esterna, che sono in netto contrasto con i propri. L’alienazione è il passo immediatamente successivo: il microcosmo “famigliare” è l’unica realtà possibile, non ne esistono altre. Senza dubbio quello delle donne-educatrici è un compito cruciale, che permette il perpretrarsi dell’ideologia mafiosa, ma sicuramente non penalmente rilevante.

Un aspetto interessante, legato alla figura femminile nel suo ruolo più tradizionale, è quello delle donne come merce di scambio nelle politiche matrimoniali. Se cinicamente si può affermare che il matrimonio è solo un contratto, nella visione mafiosa rappresenta l’occasione perfetta per stringere nuove alleanze e allargare la propria rete di potere, oltre a costituire una mossa previdente per frenare conflitti o possibili faide tra clan rivali.

E’ particolarmente rilevante come la crescita degli spazi delle donne nella società si rifletta anche nel mondo mafioso. Non sono solo relegate a funzioni marginali o considerate regine del focolare mafioso, ma hanno ruoli più attivi, più rischiosi. Si inseriscono senza troppa difficoltà nelle attività legate al narcotraffico, si occupano del trasporto di eroina, armi o denaro dall’Italia all’estero, rivelandosi soggetti ideali per questo tipo di compito, in quanto considerate innocue e distanti da questo tipo di dinamiche. Marisa Di Giovine, ex capocosca, e nipote di Maria Serraino (fu a capo dei Serraino della ‘Ndragheta a Milano), rivela in un’intervista a cura di Beatrice Borromeo (SkyTg24) di aver trasportato quantità di denaro, anche superiori a cento milioni del vecchio conio, in “grandi mutandoni alla Bridget Jones”. Ed è sempre lei che, quando suo padre Emilio Di Giovine viene arrestato in Portogallo, gestisce la cosca al suo posto.

I classici stereotipi di genere giocano tutti in loro favore: le donne sono insospettabili, meno controllate dalla polizia. Tutto ciò non significa che il ruolo più attivo della donna all’interno dell’organizzazione sia accettato totalmente. Il suo potere di supplente, acquisito nel momento in cui il boss viene incarcerato o è latitante, è considerato solo temporaneo e i suoi ordini sono accettati di buon grado solo perchè rappresentano il volere del boss. E’ il suo alter ego, la sua voce. E pertanto è legge, seppur essere comandati da una donna, in un organizzazione che per antonomasia è maschilista, continua ad essere considerato disdicevole.

Negli ultimi anni, il ruolo della donna nella malavita è rispettato nell’ambiente, qualsiasi sia la sua carica ricoperta nella gerarchia, anche se persiste l’incapacità di accettare la possibilità che una donna possa  raggiungere la punta della piramide. In quest’ottica le eccezioni alla regola ci sono state. Giusy Vitale è stata la prima donna imputata e condannata con sentenza definitiva nel 1998 dal Tribunale di Palermo e “non si è limitata a svolgere i ruoli tradizionalmente assegnati alle donne di Cosa nostra (favoreggiamento ed assistenza ai latitanti, trasmissione di biglietti fuori dal carcere) ma ha preso parte a “processi decisionali di fondamentale importanza per la sopravvivenza dell’associazione”. Ciò l’ha resa la prima donna a ricoprire una carica tanto importante nella storia della mafia.

Il discorso, nella sua totalità, è fuorviante. Se nella società odierna si discute in termini positivi dell’emancipazione femminile, nel microcosmo mafioso non si può realmente parlare di emancipazione. Sarebbe sbagliato e scorretto. Da un lato si parla di più diritti e libertà, dall’altro di un cambiamento di ruolo e, in fin dei conti, di più potere. Se si parla di emancipazione in entrambi i casi è solo un errore umano, un riflesso incondizionato.

Come scrive Renate Siebert, “Perchè non pensare che la vera emancipazione avviene proprio nelle donne che si rivolgono alla giustizia, quando il desiderio di legalità si trasforma in rottura della fedeltà, aperto tradimento del sistema di cui facevano parte?”

Silvia Garzia

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