PEPPINO VALARIOTI

Gli abitanti del Sud conservano sempre un rapporto viscerale con la propria terra: anche da lontano, anche quando si è andati via per lavoro, si scandiscono con orgoglio le lettere del proprio paese di provenienza, quando il collega di lavoro o gli amici dell’università chiedono da dove provieni. La terra e le famiglie che la coltivano, passando ad un piano più letterale, sono spesso le protagoniste di quella letteratura che vede la luce nel Meridione d’Italia. Da questo “esercito”, nel corso dei secoli, sono venute fuori alcune delle figure più emblematiche del nostro tempo: si pensi a Giuseppe Di Vittorio, che del mondo dei braccianti è stato forse il rappresentante più fulgido, ma anche a Giovanni Verga o allo stesso Antonio Gramsci, le cui discendenze si radicano nella comunità albanese di Calabria. La nostra storia prende le mosse proprio dalla comunità contadina calabrese, dove, nel marzo 1950, a Rosarno, nasce Giuseppe Valarioti.

 

Il Nostro cresce nella Calabria degli Anni ’60, terra in cui il boom economico si fa sentire nella sua accezione negativa: il lavoro continua a non esserci, i giovani emigrano verso il Nord industrializzato e la ‘ndrangheta domina la scena, garantendo alla zona grigia della borghesia locale rendite economiche e posti pubblici di potere. Valarioti consegue la maturità classica al “Pizi” di Palmi e la laurea in Lettere Classiche a Messina, nel ’74; qualche tempo dopo, deciderà di iscriversi al Partito Comunista Italiano, una scelta che si rivelerà decisiva sotto molti aspetti e che può essere compresa solo se analizziamo il contesto in cui il protagonista della nostra storia si trova ad operare.

 

Le cosche della Piana di Gioia Tauro detengono il controllo totale della vita sociale, politica ed economica della zona, ivi compresa la cittadina di Rosarno. Tra i tanti interessi delle ‘ndrine, spiccano quelli relativi alle cooperative agricole; le cosche agiscono per accaparrarsi ampie fette della torta dei fondi europei ad esse destinate, piazzando uomini di fiducia ai vertici delle stesse. Valarioti si occupa specificatamente di questo aspetto, con particolare attenzione alla cooperativa Rinascita, collaterale al PCI, la quale viene interessata da un’ampia opera di riforma interna e di moralizzazione. I teatri dello scontro sono però molteplici e sono tutti aperti contro il Partito Socialista Italiano, che le inchieste dimostreranno essere pesantemente infiltrato dalle cosche della Piana: si pensi alle varie concessioni edilizie concesse dalle giunte comunali di Rosarno a personaggi vicini o addirittura intranei ai clan.

 

Nel 1980, a Rosarno si tengono le elezioni comunali, che vedono la netta vittoria dei comunisti: Valarioti nel frattempo è diventato segretario cittadino del PCI e ha lavorato, in una campagna elettorale fortemente inquinata da atti intimidatori compiuti dagli uomini delle ‘ndrine, per l’elezione di Peppino Lavorato, che infatti riuscirà a divenire sindaco del paese. L’11 giugno di quell’anno, nel pieno dei festeggiamenti presso la locale sezione del partito, Peppe Valarioti viene freddato da due colpi di lupara, a soli trent’anni.

 

Le indagini si indirizzano subito verso le due cosche egemoni nella Piana, i Pesce e i Piromalli. Il processo contro il capobastone della cosca Giuseppe Pesce si apre nel 1982 e si conclude con l’assoluzione, con un dato da tenere in considerazione: nel 1983, un “pentito” rende spontanee dichiarazioni sulla vicenda, indicando i nomi dei mandanti e dell’esecutore materiale dell’omicidio Valarioti (Francesco Dominello, che nel frattempo è stato ucciso), nonché l’intera vicenda relativa alla cooperativa Rinascita di cui abbiamo parlato all’inizio. Ebbene, le dichiarazioni del collaboratore di giustizia non sono mai confluite nel giudizio di appello contro il boss, poiché non sono state trasmesse alla Procura della Repubblica di Reggio Calabria. Non a caso, dal 2011 è attivo un comitato che chiede la riapertura delle indagini sul caso Valarioti, sulla scorta degli elementi acquisiti nel corso del tempo.

 

Il più grande insegnamento, a parere di chi scrive, che si può trarre dalla storia di Peppe Valarioti, è che la mafia va combattuta sul piano economico-politico, cercando di spezzare i legami con quella borghesia che opera all’interno della zona grigia della società civile, quella più contigua ai clan. L’antimafia, in questo senso, ha compiuto dei passi in avanti davvero notevoli e, in ciò, ha reso piena giustizia alla memoria del segretario comunale del PCI rosarnese.

 

Mauro Mongiello

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