LEA GAROFALO, LA DONNA CHE SFIDO’ LA ‘NDRANGHETA

Questa storia inizia in Viale Montello n. 6, a Milano. Un edificio arroccato, stile fortino, con appartamenti tutti uguali, che si affacciano su grandi cortili interni. Una tipica casa di ringhiera milanese, una struttura popolare dove le vite delle varie famiglie si fondono insieme, dove tutti conoscono tutti. È in uno di questi appartamenti che Lea Garofalo si trasferisce, follemente innamorata di Carlo Cosco. Sembrerebbe una storia d’amore come tante, che culmina in una pazza fuga al Nord. Si trasferiscono dalla Petilia Policastro (in provincia di Crotone) a Milano. Ma la realtà è decisamente un’altra.

Il fortino di Viale Montello è il fulcro del clan dei Cosco, luogo ideale per lo sviluppo di una complicata rete dedicata al traffico di stupefacenti, all’occultamento di arsenali di armi e ad altri fatti criminali. Il fidanzamento con Lea Garofalo è un contratto d’affari, utile connubio di potere tra l’emergente clan Cosco e quello consolidato e autorevole dei Garofalo, di cui fanno parte il padre e il fratello di Lea. Sicuramente non la vita tranquilla che Lea aveva immaginato per lei e per sua figlia Denise.

C’è sicuramente un momento, un momento preciso, in cui si desidera che la propria vita cambi, che ci sia qualcosa che la sconvolga e la costringa a virare in una direzione diversa e opposta a quella originaria. Un primo tentativo fu nel 1996, quando Cosco e altri componenti del suo clan vengono arrestati per traffico di stupefacenti, e, durante un colloquio in carcere, Lea comunica al compagno la sua volontà di lasciarlo. Ma l’anno in cui tutto cambia, forse per sempre, è il 2002, quando la Garofalo comincia realmente a collaborare con la giustizia. Ai magistrati racconta ciò che accadeva in quell’edificio in Viale Montello, e degli omicidi di stampo mafioso, tra cui quello di Antonio Comberiati, avvenuto nel cortile dello stabile il 17 maggio 1995, nel quale sono coinvolti il fratello Floriano Garofalo e il cognato, fratello del compagno Carlo Cosco, Giuseppe Cosco, detto “Smith”.

È un fiume in piena. Non si vuole fermare, non si può fermare. Per la figlia. Per sé stessa. È già sfuggita alle crudeli logiche mafiose della sua famiglia: rimasta orfana di padre, cresciuta con la nonna, che le insegna “che il sangue si lava con il sangue”. Può farlo ancora, può sfuggire ancora alla vita che le era stata imposta.

È ammessa al programma di protezione e insieme alla figlia Denise si trasferisce a Campobasso. Vivono in solitudine, in località segrete, cambiano nome. Come se fossero altre persone e il loro passato fosse solo una terra straniera. Quattro anni dopo, viene revocato il piano di protezione, perché l’apporto della Garofalo dato alle indagini non era stato considerato significativo. La realtà è che Lea e sua figlia non erano mai state considerate testimoni di giustizia, ma mere collaboratrici. Sono esposte, vulnerabili. Inizia, così, una nuova battaglia. Una battaglia che Lea riesce a vincere solo nel 2007, quando viene finalmente riammessa al programma.

Nel 2009, la Garofalo rinuncia alla protezione testimoni. È stanca di lottare, di vivere nella segretezza, vuole un futuro migliore per sua figlia. In una lettera indirizzata al Presidente della Repubblica, datata 28 aprile 2009, Lea scrive: «Oggi mi ritrovo, assieme a mia figlia isolata da tutto e da tutti, ho perso tutto, la mia famiglia, ho perso il mio lavoro (anche se precario), ho perso la casa, ho perso i miei innumerevoli amici, ho perso ogni aspettativa di futuro, ma questo lo avevo messo in conto, sapevo a cosa andavo incontro facendo una scelta simile. Quello che non avevo messo in conto e che assolutamente immaginavo, e non solo perché sono una povera ignorante con a mala pena un attestato di licenza media inferiore, ma perché pensavo sinceramente che denunciare fosse l’unico modo per porre fine agli innumerevoli soprusi… La cosa peggiore è che conosco già il destino che mi spetta, dopo essere stata colpita negli interessi materiali e affettivi arriverà la morte!».

È nel momento in cui rinuncia definitivamente al programma di protezione che Lea firma la sua condanna a morte, o forse lo ha fatto molto tempo prima, quando ha deciso di collaborare con la giustizia. Nonostante fosse a conoscenza di ciò di cui il suo ex-compagno e i suoi uomini erano capaci, Lea si sente protetta. Con lei c’è Denise e niente può accadere se sua figlia è al suo fianco. Per istinto di sopravvivenza o perché “l’amore è bastardo”, Lea decide di fidarsi di Carlo Cosco e riprende i contatti con lui. Si trasferisce nuovamente a Campobasso, in una casa che le trova lo stesso Cosco.

Il 5 maggio 2009, il primo tentativo di omicidio. Con la scusa di un guasto alla lavatrice, Carlo Cosco invia all’abitazione un finto idraulico, Massimo Sabatino, in realtà un suo scagnozzo, con l’obiettivo di rapire e uccidere Lea. Grazie al tempestivo intervento di Denise, la donna riesce a sfuggire all’agguato. L’ordine ricevuto dal rapitore specificava di lasciar perdere se, in casa, fosse stata presente anche Denise. Lea informa i carabinieri dell’accaduto, ipotizzando il coinvolgimento del suo ex compagno.

Il secondo tentativo di omicidio va, invece, in porto. È il 24 novembre 2009, Carlo Cosco invita Lea e sua figlia nel capoluogo lombardo, con la scusa di discutere del futuro di Denise. Le ultime immagini le riprendono mentre costeggiano il cimitero Monumentale, dirette all’abitazione delle ex compagno. Si salutano all’Arco della Pace, in corso Sempione. E’ l’ultima volta che Denise vede sua madre. Ad occuparsi materialmente del rapimento di Lea sono Massimo Sabatino e Carmine Venturino. Non sono volti nuovi: quest’ultimo, infatti, era stato spinto dallo stesso clan dei Cosco a corteggiare Denise, in modo tale da sorvegliare la Garofalo. Lea viene portata in un capannone, dove comincia il suo inferno, per mano di Vito e Giuseppe Cosco e Rosario Curcio.

È Carmine Venturino che, anni dopo, da pentito, indica agli inquirenti il terreno in Via Marelli a San Fruttuoso (tra Cinisello Balsamo e Monza) dove sono stati sepolti i resti di Lea Garofalo. Legata, torturata, strangolata e, infine, il suo corpo dato alle fiamme, affinché di lei non rimanesse niente. Solo cenere.

Il 18 dicembre 2013, la Prima sezione penale della Corte di Assise ha confermato i quattro ergastoli emessi dalla Corte d’Assise d’Appello di Milano il 25 maggio a carico di Carlo Cosco, Vito Cosco, Rosario Curcio e Massimo Sabatino, mentre per Carmine Venturino confermati 25 anni di carcere, uno sconto di pena per le sue dichiarazioni.

La storia di Lea non si chiude così, con una sentenza. Rimane viva nel ricordo del suo coraggio: si ribella, non rimane ancorata alle logiche della mafia, spezza il tradizionale schema famigliare, per creare per lei e per sua figlia una vita migliore. Domani, 21 marzo 2017, in occasione della Giornata della Memoria dell’Impegno, la vogliamo ricordare così: come una madre che ha saputo lottare, come una donna che si è liberata delle catene della ‘Ndrangheta.

A Lea.
A Denise, che ha venticinque anni e vive sotto scorta, in una località segreta.
Alle vittime innocenti delle mafie.

 

Silvia Garzia

 

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