“PECUNIA NON OLET”

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“Secondo il Fondo Monetario Internazionale il riciclaggio muove almeno il 5% del Pil del pianeta. In Italia Bankitalia ha stimato che le mafie muovano con il denaro sporco almeno il doppio. A conti fatti si tratta di 150 miliardi di euro, come dire 4.750 € al secondo. Se il riciclaggio fosse una holding sarebbe la prima azienda italiana” (Pietro Grasso, presidente del Senato ed ex procuratore nazionale antimafia).

 

Leggo spesso di giovani costretti ad andarsene dall’Italia perché in questo paese non vengono apprezzati e riconosciuti per quanto effettivamente valgono o si impegnano, perchè non c’è meritocrazia e le raccomandazioni e il clientelismo fanno da padroni.

Ognuno dà la sua interpretazione a questa situazione, ma troppo spesso le analisi sono eccessivamente pressappochiste o semplicistiche e partono sempre da premesse solo parzialmente esatte.

Alla luce di questi numeri è facile e intuitivo capire che alla base del discorso ci debbano essere la mafia e la corruzione: il più bravo vince solo se tutti “giocano” secondo le regole e onestamente.

La meritocrazia va di pari passo con la legalità.

La crisi e la recessione economica degli ultimi anni hanno acuito il problema perché a fronte di imprenditori e aziende in difficoltà, le mafie si sono presentate con una immensa liquidità a disposizione, grazie alla quale sono riuscite a far cedere alla proprie lusinghe soggetti in difficoltà e a fare massicci investimenti, infiltrando denaro sporco nel tessuto sano dell’economia.

Questo porta inevitabilmente all’inquinamento dell’economia nostrana e al sovvertimento delle logiche di mercato, trattandosi di cifre che neanche molte multinazionali riescono a fatturare, figuriamoci le imprese italiane: si stima che la sola ‘Ndrangheta nel 2014 abbia fattura 53 miliardi di euro, dieci volte quello che fattura Intesa Sanpaolo o sette volte quello che fattura Esselunga.

Le mafie non si lasciano sfuggire nessun settore: ad esempio il rapporto sui crimini agroalimentari in Italia, condotto da Eurispes e Coldiretti, chiarisce come il giro d’affari delle agromafie sia stimato in 12,5 miliardi di euro l’anno; di questi 3,7 miliardi vengono da reinvestimenti delle mafie in attività lecite, il restante 70% arriva invece da attività illecite legate al settore agricolo.

Molto interessante è anche l’analisi fatta dal Senatore Giuseppe Pisanu, nel Settembre 2009, nella “Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali, anche straniere”.

Pisanu analizza i fattori ostativi allo sviluppo del Mezzogiorno, la scarsa propensione agli investimenti e i fenomeni di distorsione del mercato.

Pur dovendosi segnalare un incremento delle segnalazioni di racket e usura, viene evidenziato come gli imprenditori meridionali avvertano un forte senso di sfiducia verso la gestione degli organismi pubblici, la scarsa trasparenza delle procedure e la dilagante corruzione.

 

Secondo un rapporto CENSIS la maggior parte degli imprenditori Siciliani e Calabresi considerano le vessazioni mafiose come una condizione ormai inevitabile per fare impresa.

Questo fa capire come chi voglia fare attività imprenditoriale al Sud non debba solo prendere in considerazione il normale “rischio di impresa”, ma parta con un ulteriore deficit rispetto ai concorrenti del Nord: pagamento del pizzo, estrema difficoltà nel vincere gare d’appalto e quando anche riesca a vincerle si vede obbligata a subappaltare o si vede imposte forniture e manodopera.

 

Sempre secondo la relazione di Pisanu, la distribuzione dei reati contro la pubblica amministrazione si concentra per il 42% in quattro regioni.

Provate ad indovinare? Calabria, Puglia, Sicilia e Campania.

Sempre in queste quattro regioni si concentra il 72% delle frodi comunitarie e anche la percentuale dei reati di corruzione è ben superiore alla media nazionale.

Indicatori economici e sociali dimostrano inoltre che il loro PIL pro capite è sotto il 75% della media europea ed è solo il 65,7% della media nazionale italiana.

Sarà un caso che in queste quattro Regioni dominano rispettivamente la ‘Ndrangheta, la Sacra Corona Unita, la Mafia e la Camorra, ovvero le quattro mafie pacificamente riconosciute del nostro paese?

Naturalmente no, loro hanno interesse a mantenere lo status quo e a impedire il cambiamento perché non c’è modo migliore di questo di tenere assoggettata la popolazione.

I diritti diventano favori, quello che è dovuto diventa una concessione.

Tuttavia non bisogna fare l’errore di pensare che il resto della penisola sia immune a questo cancro: le mafie non solo hanno risalito lo stivale ma hanno anche esteso la loro attività in Europa e nel mondo.

Senza il Sud non potrà avanzare neanche il Nord, che sarà costretto a coprire buchi e carenze dei connazionali.

La “questione meridionale” è al centro delle discussioni nel nostro Paese dal diciannovesimo secolo e pur essendo stato oggetto di approfonditi studi e analisi la sua risoluzione sembra lontana anni luce.

Mentre paesi ad economia duale come Germania o Spagna sono riusciti negli ultimi venti anni a diminuire il deficit fra le due zone, il divario fra Nord e Sud in Italia, a 150 anni dall’unificazione, invece di attenuarsi aumenta.

Gli investimenti ci sono stati (forse però in maniera insufficiente) e sono stati sperperati malamente di volta in volta; proposte invece come il federalismo fiscale rischierebbero di trasformarsi in un boomerang se nel Sud non si trovassero istituzioni trasparenti e capaci.

Quello che è certo è che il PIL del Sud Italia è a circa 42 punti percentuali di distanza da quello del Nord.

Guardando al futuro, la Banca d’Italia in una sua relazione ha stimato che la criminalità organizzata causerà una perdita del PIL pro capite del 15-20% nel lungo periodo.

I 1098 beni immobili confiscati nel 2016, per un valore di 25 miliardi di euro, sono solo la punta dell’iceberg.

 

L’Ufficiale Superiore dell’arma dei Carabinieri Giuseppe Maioriello, docente presso l’Istituto Superiore Tecniche Investigative di Velletri, grande esperto di questo ambito, sostiene che l’unico modo per sconfiggere le mafie è quello di togliere soldi e beni ai sodalizi, perché il loro potere è direttamente proporzionale a quello. Pensiero assolutamente condivisibile ma a cui è imprescindibile affiancare un progressivo abbattimento della cultura e della mentalità mafiosa.

 

Se questo Paese vuole ripartire non ci può essere altra soluzione che concentrarsi sul Sud e sulla lotta a mafie e corruzione, e non solo attraverso la repressione, che nel presente rappresenta aspetto essenziale e centrale della risoluzione del problema, ma anche e soprattutto attraverso la creazione di una coscienza legalitaria, che deve essere instillata fin da piccoli e attraverso un lavoro capillare nei territori più disagiati.

Chi vorrà delinquere ci sarà sempre e comunque, ma solo attraverso un’opera di socializzazione primaria potremo affermare che tutti hanno avuto gli stessi strumenti fin da piccoli per scegliere la propria condizione, perché, non prendiamoci in giro, chi nasce allo Zen di Palermo, a Scampia o Secondigliano, a Locri o a Casal di Principe rischia di essere risucchiato nel vortice della criminalità organizzata con più facilità di chi invece vive in territori a bassa densità mafiosa.

 

“Molti subiscono, altri assecondano, altri ancora combattono” scrive Pisanu nella sua relazione.

Noi combattiamo per rendere l’Italia un posto migliore.

 

Federico De Giorgi

 

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