UN COGNOME, UN DESTINO? LA STORIA DI MARIA RITA LO GIUDICE

 

Dai genitori si può ereditare il naso, la forma del mento, il colore degli occhi. Si possono ereditare le vecchie perle della nonna, un immobile. Oppure ci sono quelle abitudini, il modo di grattarsi il sopracciglio quando si è sovrappensiero, le piccole ossessioni mattutine che, con sorpresa e sbalordimento, ci si accorge, sono così simili a quelle dei propri genitori. O semplicemente si eredita un cognome. Ma si può ereditare un destino?

Vivere sin da piccoli in una famiglia di stampo mafioso e condividerne la cultura ‘ndranghetista rinchiude in una gabbia da cui non è facile uscire. I bambini vengono educati, imparano subito le logiche e le regole del gioco. Crescono con la maturata consapevolezza che l’ unica verità sia quella viene loro imposta.

Ma esistono eccezioni. Esistono storie.

Maria Rita Lo Giudice ha 25 anni. Si laurea in Economia a pieni voti all’Università di Reggio Calabria, comincia a frequentare un corso di laurea magistrale. È desiderosa di imparare, viaggiare. Parte con docenti e colleghi per Francoforte e Bruxelles in occasione di un viaggio organizzato dall’ Università alla scoperta delle istituzioni europee. Vuole vivere una vita normale, forse allontanarsi dal sua paese e dalla sua città. Una città che le sta stretta, in cui non è la classica ragazza di 25 anni, tutta sogni e aspirazioni. Lei è la figlia di Giovanni Lo Giudice, è la nipote del pentito Antonino, detto Nino, Lo Giudice. È etichettata come una di loro.

La cosca Lo Giudice è ampiamente conosciuta a Reggio Calabria. Certamente non un paesino, con i suoi 360.000 abitanti. Eppure tutti lo sanno, la ‘ndrina Lo Giudice ha le mani in pasta un po’ dappertutto: usura, estorsione, detenzione illegale di armi, omicidio. Maria Rita è intrappolata in una logica che assolutamente non le appartiene. È un cognome che pesa, il suo, che ha un passato costellato da avvenimenti bui. Nel 2012 la Squadra Mobile di Reggio ha eseguito ben 12 arresti, tutti relazionati allo stesso clan. In manette anche Vincenzo Lo Giudice, fratello di Nino, il cognato Bruno Stilo e il nipote Fortunato Pennestrì, con l’accusa dell’omicidio di Angela Costantino, avvenuto nel 1994, il cui corpo non è stato ancora ritrovato. Angela, all’epoca 25enne e moglie del boss Pietro Lo Giudice, sarebbe stata uccisa per un “accordo di famiglia”, perché ‘colpevole’ di aver avuto una relazione extraconiugale nel periodo in cui il marito era in carcere.
Ancora ignoto il destino di un’altra componente della famiglia, Barbara Corvi, 35 anni, moglie di Roberto Lo Giudice e scomparsa nel 2009, rea dello stesso ‘peccato’.

Il destino delle donne Lo Giudice sembra segnato. Secondo alcuni amici di Maria Rita, anche all’ università, la ragazza si sentiva emarginata a causa del cognome ingombrante. Il 3 aprile 2017 la decisione. Maria Rita Lo Giudice si lancia dal balcone della sua casa a Reggio Calabria, dove viveva con la madre. Non lascia un biglietto, né un ultimo saluto.

Parole forti e piene di risentimento sono quelle di Cafiero De Raho, procuratore di Reggio Calabria: “Questo è un episodio gravissimo che credo debba toccare la coscienza di tutti. Siamo tutti responsabili di un fatto come questo. Avevamo una ragazza che si è fatta strada per la propria onestà nella vita scolastica, ha conseguito una laurea e quella laurea era lo strumento per sottrarsi totalmente alla propria generazione e a quella famiglia di ‘ndrangheta tristemente nota in questa città, in tutta la Calabria e anche altrove. Una persona così può essere veramente il cambiamento della Calabria”.

Una storia come quella di Maria Rita Lo Giudice è la storia dell’ennesima vittima di mafia. Non basta cambiare un cognome per liberarsi da quel marchio. Così come non basta cambiare pettinatura per definirsi una persona diversa. È l’isolamento, la chiave di tutto? La mancata integrazione? O un’arida diffusione della cultura anti-mafiosa? “Se non siamo capaci di interagire con chi cerca un futuro alternativo alla ‘ndrangheta – ha affermato ancora De Raho – abbiamo perso tutti quanti. Se noi diciamo ai ragazzi di cambiare vita e poi non siamo in grado di integrarli, di sostenerli, il cambiamento che tutti auspichiamo non arriverà mai”.

Spezzare i pregiudizi, sradicarli dalla cultura popolare, dei piccoli e grandi centri. Perché un cognome si può ereditare, ma non si può ereditare un destino.

Silvia Garzia

 

 

 

 

 

 

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