IL SISTEMA DI WELFARE DELLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA

E’ opinione ormai concorde, presso i vari osservatori e i tecnici del diritto penale, che l’opera di contrasto alla criminalità organizzata non possa comporsi della sola repressione: i clan hanno la possibilità di accedere a nuove leve del crimine, possono facilmente rimpiazzare gli affiliati incarcerati, divenuti collaboratori di giustizia o ammazzati nelle faide tra cosche. Diviene indispensabile per lo Stato riprendersi quel posto apicale nelle politiche di welfare (ovviamente, in maniera economicamente sostenibile) ormai divenuto appannaggio, in certe zone del Paese, delle mafie che infestano la vita di quei territori; diviene ancor più fondamentale non lasciare che i clan possano occupare definitivamente gli orizzonti di prospettiva di un intero ceto sociale, che potremmo definire sottoproletariato se volessimo utilizzare una categoria novecentesca, il quale deve scegliere tra la povertà legale e pochi e maledetti soldi, il prima possibile.
Come ogni Welfare State che si rispetti, lo “Stato parallelo” mafioso articola la sua rete assistenziale in più sezioni, tra loro capillarmente connesse in quella che potremmo definire come una vera e propria rete: per comodità espositiva e per via del facile reperimento di fonti, prenderemo ad esempio il sistema criminale romano e la camorra, due centri di potere contigui non solo territorialmente, ma anche dal punto di vista degli affari e delle influenze politiche. Occorre tuttavia precisare che ciò che andremo ad enucleare riguarda, con molte similitudini e alcune differenze, tutte le organizzazioni criminali presenti sul territorio nazionale.

 

A Roma, la cooptazione avviene principalmente attraverso il mercato della droga: a Tor Bella Monaca, a San Basilio e nelle principali piazze di spaccio della Capitale i “posti di lavoro” si ricavano vendendo sostanze stupefacenti per conto dei clan, con una retribuzione di 50 euro per i giovanissimi venditori. Ancora, come riporta il sito “glistatigenerali.com”, esistono casi di commercianti che mettono a disposizione della criminalità i propri esercizi commerciali come depositi per il traffico di droga. Anche la procedura di assegnazione delle case popolari è fortemente inquinata dalle infiltrazioni mafiose; per il clan di turno, è abbastanza semplice arrivare ad inserire persone vicine nelle posizioni più alte delle graduatorie. In altri casi, si è arrivati ad utilizzare persone incensurate come teste di ponte per ottenere un finanziamento dagli istituti creditizi: il soggetto ha la possibilità di comprare la sua casa e, da quel momento, è vincolato ai voleri del clan che glielo ha permesso.

 

Un’ulteriore costola del sistema è garantita dalla cosiddetta “borghesia mafiosa”: professionisti che si mettono a disposizione delle famiglie per sbrigare pratiche burocratiche o per fornire una copertura para-legale alle attività imprenditoriali. In alcuni casi, si è visto anche l’interessamento di avvocati e consulenti del lavoro per le situazioni contrattuali dei lavoratori stagionali che prestano la propria opera sul litorale romano. E’ evidente come tutto questo generi consenso e possibilità di creare un tessuto sociale alternativo a quello legale, spesso impantanato in procedure lunghe e dispendiose, nonché percepito come lontano nelle realtà più disagiate.

 

La situazione campana, per la sua unicità, è stata approfondita in un saggio di Alessandro Colletti, dal titolo “Il welfare e il suo doppio. Percorsi etnografici nelle camorre del casertano”: per ovvi motivi, qui si tratteggeranno le linee essenziali del sistema, in modo tale da fornire ai nostri lettori una conoscenza di massima e completa, nell’impossibilità di poter approfondire un tema che meriterebbe la massima attenzione da parte di sociologi, politici e giornalisti.

 

La nostra attenzione si volge all’area del Casertano” dove operano da decenni clan ormai saliti alla ribalta delle cronache nazionali. Lo schema, a prescindere da quelle che sono le fazioni di volta in volta createsi in seguito alla rottura della “pax mafiosa”, è sempre lo stesso: una cassa comune, dove destinare in tutto o in parte i proventi derivanti dalle attività del clan, da cui poi trarre il sostentamento utile per gli affiliati e i loro familiari (ad esempio, l’assistenza legale viene garantita con questi fondi) E’ evidente, se si vuole operare un parallelismo, che questa forma di assistenza sociale possa essere analizzata anche come fonte assicurativa: l’affiliato commette un omicidio, finisce in galera, ma sa che non dovrà sborsare nulla per garantirsi assistenza tecnica nel processo e sa che la sua famiglia potrà continuare a vivere una dignitosa esistenza mediante gli assegni pagati dai clan. Il meccanismo, vien da sé, è di facile attrazione in un territorio poverissimo dal punto di vista del welfare legale.

 

La cassa comune non si ferma a questo: il patrimonio ivi conservato consente di portare avanti l’attività che il clan si prefigge. Da qui si prendono i soldi che servono ad oliare determinati ingranaggi della PA per l’assegnazione di un appalto; da qui arriva il denaro che serve per effettuare investimenti nei mercati legali ed illegali, per acquistare gli autoveicoli, i mezzi di trasporto e le armi; da qui si traggono i fondi utili ad un’assistenza effettiva per i periodi di latitanza.

 

Come finanziare la cassa comune? I clan del Casertano (ma non solo loro) ricorrono in larga parte alle estorsioni sul territorio: il racket garantisce omertà, silenziosa collaborazione da parte della popolazione che, in un malinteso senso di protezione, riconosce i boss come garanti del loro quieto vivere in un territorio difficile e abbandonato dallo Stato. Ovviamente, per quota parte, anche le altre attività illecite concorrono alla formazione della cassa: si pensi ai proventi del traffico di droga o alle imposizioni di forniture alle imprese edili della zona.

 

In ultima analisi, occorre analizzare quali siano le modalità di gestione della cassa e, in definitiva, come il denaro entri a far parte di questa sorta di “capitale sociale”. Anche qui, niente di particolarmente complesso; dalle carte giudiziarie emerge come i clan campani nominino dei “cassieri”, il cui compito è la corretta rendicontazione dei fondi, nonché la loro destinazione alle esigenze a cui far fronte in quel momento; a questi “reggenti”, fanno a loro volta riferimento i vari capi-zona territoriali (il soggetto che, ad esempio, gestisce la piazza di spaccio X conquistata dal clan), i quali si occupano della recezione dei ricavi illeciti da parte degli affiliati, ultimo anello della catena, che hanno materialmente commesso il reato.

 

A conclusione di questo articolo, che altro non vuole essere se non un inizio per coloro i quali avranno la curiosità di approfondire il tema, la domanda sorge spontanea: bastano le risorse messe in campo dallo Stato per far fronte a tutto questo? Ai posteri l’ardua sentenza.

 

 

Mauro Mongiello

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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