ARCHEOMAFIA: la “nuova” frontiera del business mafioso.

Scavi clandestini, furti, razzie nei siti archeologici, traffico illegale di opere d’arte: in una parola ARCHEOMAFIE. I numeri di queste organizzazioni, che operano con metodo criminale, sono da record: il giro d’affari, secondo un’elaborazione dell’Osservatorio Internazionale Archeomafie in collaborazione con il Centro Studi Criminologici di Viterbo, è di 150 milioni l’anno ed ha coinvolto, in quasi mezzo secolo, 10mila persone. Non basta: i danni sono praticamente irreversibili poiché solo il 30% delle opere trafugate negli ultimi trent’anni è stato recuperato.

Il traffico illecito di opere d’arte è quindi tra i più redditizi, il terzo dopo il commercio di droga e il traffico di armi.

Gli attori di questo turpe spettacolo sono tre: c’è chi saccheggia i siti, il cosiddetto tombarolo, rubando reperti di straordinario valore storico artistico, ci sono i committenti e ricettatori che piazzano le opere sul mercato clandestino e infine compratori privati o musei che, prima di esporre i reperti, li ripuliscono da ogni imperfezione e li muniscono di documentazione falsa attestando magari la legittima provenienza delle opere. Lo stesso iter viene seguito anche per dipinti e opere d’arte trafugati in dimore private. Ciò che frutta di più però è il traffico illecito di reperti archeologici poiché, essendo beni sconosciuti fino al loro ritrovamento, non sono mai stati catalogati e sfuggono così alle ricerche degli investigatori.

E’ inutile specificare che il nostro paese sia il bacino ideale per il proliferarsi di questi intenti criminosi, è probabilmente invece utile specificare quanto questo tema non sia stato ancora approfondito nonostante l’azione criminale contro il patrimonio artistico nazionale abbia una storia già tristemente consolidata. Ricordiamo gli attentati avvenuti nel 1993 al Padiglione d’Arte Contemporanea(Milano); alle basiliche di S. Giorgio al Velabro e S. Giovanni in Laterano (Roma), oltre che all’attentato di Via dei Georgofili a Firenze, atti che costarono la vita a dieci persone (oltre cento furono i feriti) e che avevano lo scopo di convincere lo Stato a rinunciare alla “linea dura” usata nei confronti dei corleonesi. Cosa Nostra utilizzava quindi il patrimonio artistico culturale come strumento di pressione nei confronti dello Stato.

Con lo stesso scopo agiva anche la cosiddetta “Mala del Brenta” guidata dal Felice Maniero. Sempre nel 1993, infatti, Maniero commissionò il furto di alcune opere alla Galleria Civica di Modena, secondo uno schema adottato anche nel 1991, quando gli uomini del boss trafugarono la veneratissima mandibola di S. Antonio nella Basilica di Padova. Questi furti avevano l’obiettivo di ottenere la liberazione di un cugino di Maniero e la fine della sorveglianza nei suoi  confronti.

Ci sono poi casi rimasti avvolti dal mistero, come la scomparsa della Natività del Caravaggio da Palermo nel 1969, sul cui destino si sono fatte molte ipotesi benché si sia concordi nel ritenere che il furto sarebbe stato voluto dalla mafia.

Ad oggi però la finalità criminale è cambiata. Se nei primi anni 90’ il furto di opere d’arte e reperti archeologici era, in fin dei conti, un vile ricatto nei confronti dello Stato, oggi la finalità è puramente economica. L’Archeomafia è infatti un’occasione unica per riciclare denaro, utilizzare i beni trafugati come moneta di scambio per partite di droga e armi.

L’Unione Europea (UE), in considerazione del grande patrimonio artistico e culturale presente nei diversi Paesi membri, risulta tra le aree alle quali le organizzazioni criminali rivolgono maggior attenzione e interesse (il campo di azione crimoso si rivolge però anche alle aree archelogiche di tutto il mondo), con rischi particolarmente elevati per le ricchezze di Paesi come Grecia, Francia e Italia.

Il Consiglio dell’UE ha recentemente richiamato l’attenzione su un confronto mirato a definire strategie comuni di contrasto mentre uno studio coordinato dal “Centre d’Etudes sur la Coopération Juridique Internationale”, in materia di prevenzione e contrasto del traffico illecito di beni culturali nell’UE, ha permesso di qualificare la nozione di “traffico illecito”.

L’UE guarda con particolare attenzione ai beni archeologici e, più in generale, riafferma come la perdita di beni del patrimonio nazionale aventi un valore artistico, storico o archeologico costituisca una forma particolarmente grave di traffico illecito, in quanto priva i cittadini della loro storia ed identità e mette in pericolo la conservazione del patrimonio culturale degli Stati.

Legambiente elenca alcune misure ipotizzate dall’UE, tra le quali troviamo l’introduzione di procedure semplificate per il rimpatrio di beni culturali usciti illecitamente dal territorio nazionale dei Paesi Membri e la predisposizione di strategie comuni per contrastare il mercato illecito interno a ciascuno stato.

Per concludere torno in Italia e ricordo un’importante indagine iniziata a Castelvetrano, comune del trapanese, nella Sicilia nord-occidentale. In questo territorio si trova Selinunte, il parco archeologico più grande d’Europa ma anche regno del boss Matteo Messina Denaro e, nelle vicinanze, è presente il tratto di mare maggiormente ricco di relitti ed opere d’arte inabissate, frutto di depredazioni di guerra (quelle dei romani nei confronti di Cartagine o dei barbari dopo la caduta dell’impero romano). Proprio partendo da quel territorio, nel 2001 i Carabinieri del Nucleo TPC (Tutela Patrimonio Culturale) hanno condotto un’indagine molto complessa che ha visto coinvolta anche l’FBI e che ha portato a trovare in Svizzera un patrimonio di 5.361 reperti archeologici.

Ecco un esempio del “nuovo” business mafioso. “Nuovo”? Nella prima parte del mio articolo citavo episodi criminosi avvenuti nel 1993: già nel 1962 però, Francesco Messina Denaro, padre di Matteo Messina Denaro, commissionava il furto dell’Efebo di Selinunte, una  statua greca alta  85 centimetri, detta “U pupu”.

Essa fu trafugata con lo scopo di venderla: venne portata in America, poi in Svizzera, infine tornò di nuovo in Sicilia quando si capì che nessuno l’avrebbe acquistata. Al Comune di Castelvetrano giunse allora una richiesta di riscatto di 30 milioni di lire, che nessuno pagò. Il 14 marzo del 1968 l’Efebo venne recuperato dalla polizia a Foligno, in Umbria.

Non penso che sia necessario aggiungere altro. I numeri, le date, i nomi parlano da soli.

Ritengo quindi che il modo migliore di concludere questa mia trattazione sia citare ciò che Matteo Messina Denaro scrive in un pizzino: ”Con il traffico d’opere ci manteneva la famiglia, perchè l’arte vale miliardi di euro. “

Ludovica Tripodi

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