IL “CASO” RIINA E LA DISINFORMAZIONE ITALIANA

Il 5 Giugno scorso, la prima sezione penale della Corte di Cassazione ha annullato l’ordinanza del Tribunale di sorveglianza di Bologna, con rinvio per nuovo esame allo stesso Tribunale, con cui si negava la possibilità a Salvatore Riina di essere ammesso al differimento della pena o alla detenzione domiciliare, nonostante la grave situazione fisica e psicologica del “capo dei capi” (“soggetto di età avanzata, affetto da plurime patologie che interessano vari organi vitali, in particolare cuore e reni, con sindrome parkinsoniana in vasculopatia cerebrale cronica”, come dice la stessa ordinanza del Tribunale di Bologna).

Tuttavia, per il Tribunale di sorveglianza, questa situazione comunque non renderebbe incompatibile la detenzione di Riina in carcere: nell’ordinanza in questione si afferma che le patologie del detenuto possano essere trattate anche in ambito carcerario e che vi è un continuo monitoraggio della sua patologia cardiaca, tanto che numerosi sono stati i trasporti di urgenza nell’ospedale di Parma.

L’altro aspetto fondamentale dell’ordinanza è l’analisi della pericolosità sociale di Riina, che viene ancora ritenuto di “indiscusso spessore criminale”, per alcuni addirittura ancora a capo della Cupola (“E se non muoiono tutti e due, luce non ne vede nessuno… è vero zio Mario?”, chiedeva Santi Pullarà al potente e influente capomafia Mario Marchese, nel Gennaio del 2015).

 

La Cassazione ha affermato che le motivazioni dell’ordinanza del Tribunale di Bologna fossero però parziali, carenti e contraddittorie, in particolare per quanto riguarda la compatibilità delle condizioni di salute del boss con la struttura carceraria in cui è detenuto: la Corte lamenta una mancata visione complessiva delle condizioni di salute. Nel caso di Riina va dunque tenuto conto della sua età (86 anni), della duplice neoplasia renale di cui soffre, di una situazione neurologica compromessa, del fatto che non riesca nemmeno a mettersi seduto da solo.

La Cassazione ha ricordato che mantenere una persona in carcere nonostante la grave situazione di salute in cui si trova può essere ritenuto contrario al senso di umanità e alla dignità della persona, valori centrali della Costituzione che non ammettono eccezioni, e potrebbe risolversi in una detenzione inumana e degradante, vietata anche dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo all’articolo 3.

Per quanto riguarda la seconda censura, la Cassazione conclude stabilendo che le eccezionali condizioni di pericolosità di Riina debbano essere spiegate con una motivazione adeguata ed esaustiva, basata quindi «su precisi argomenti di fatto rapportati all’attuale capacità del soggetto di compiere, nonostante lo stato di decozione in cui versa, azioni idonee in concreto ad interagire il pericolo di recidivanza».

Infine la Suprema Corte evidenzia anche una inidoneità della struttura ospitante a prendersi cura di Riina, testimoniata proprio dai numerosi trasporti di urgenza all’ospedale più vicino che ci sono stati più volte in caso di aggravamento delle sue condizioni di salute.

 

Al contrario di quanto si è letto praticamente ovunque negli ultimi giorni è quindi bene capire che il giudizio della Cassazione non è nel merito della questione, ma nella legittimità del provvedimento del Tribunale: la Cassazione non ha detto che Riina debba essere necessariamente scarcerato e mandato a casa, ma che, viste le sue gravissime condizioni, per tenerlo in carcere le motivazioni debbano essere idonee e complete.

 

Le reazioni che si sono scatenate da questa vicenda sono state contrastanti, moltissima gente si è sentita in dovere di commentare sulla base di fuorvianti titoli di giornali, senza neanche conoscere il contenuto della sentenza e arrivando ad invocare la volontà dei parenti delle vittime per prendere la decisione finale, una sorta di processo in piazza insomma. Una cosa agghiacciante.

Viviamo in uno stato di diritto, in cui l’importanza di valori come la dignità umana e l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge non possono essere invocati a piacimento in alcuni casi e non in altri.

L’articolo 27 della Costituzione afferma che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. In questo caso quale può essere la rieducazione di un quasi novantenne che è ormai un vegetale e vicino alla morte, detenuto in regime di 41 bis da 24 anni?

Non mi si venga a dire che in caso di rilascio di Riina ci sarebbe un problema di certezza del diritto, perché Riina ha e sta GIUSTAMENTE espiando la pena che merita.

La Cassazione nella sua sentenza ha semplicemente ribadito un principio elementare della nostra società: il diritto a una morte dignitosa, che nel caso di specie è incompatibile con la detenzione in 41 bis nel carcere di Parma, in cui il “capo dei capi” è detenuto.

Prendiamo atto di questo, cerchiamo di essere coerenti e onesti intellettualmente.

Comunque condivisibile il parere di Rosy Bindi, presidente della Commissione Antimafia, per cui sarebbe inconcepibile un trasferimento a casa a Corleone, anche per evitare che la stessa diventi un vero e proprio santuario di mafia; una soluzione ragionevole potrebbe essere il trasferimento in una struttura adeguata, in cui le cure necessarie siano assicurate e i familiari possano essere presenti con più frequenza in quelli che potrebbero essere gli ultimi momenti di vita di un loro caro.

Ma questo rimane pur sempre un ragionamento ipotetico: dipenderà infatti da ciò che sarà deciso dal Tribunale di Bologna, che dovrà riuscire a motivare adeguatamente la propria decisione in un senso o nell’altro.

 

“La belva” nella sua vita è stato condannato a 16 ergastoli, magistrati, poliziotti e civili sono morti per colpa sua, bambini sono stati sciolti nell’acido e negli anni ’90 ha cercato di sovvertire il nostro Stato di diritto.

Nonostante questo lo Stato di diritto ha vinto, ed è proprio per questo che i giudici non devono e non possono decidere sulla base di un desiderio di vendetta invocato dal popolo.

Noi abbiamo delle leggi che vanno rispettate, sempre.

Noi abbiamo rispetto per la vita e la morte di ogni uomo (o almeno così dovrebbe essere, chiedere a dj Fabo).

Noi siamo migliori di loro.

 

Massima fiducia ai magistrati che prenderanno la decisione, con la consapevolezza che se verrà decretata la scarcerazione lo Stato non avrà perso.

Lo Stato perde quando un mafioso viene arrestato senza manette permettendo il baciamano dei presenti, quando durante le feste patronali viene fatto fare l’inchino alle statue dei Santi in omaggio al boss di turno, quando si permette ai funerali di un boss di far buttare petali di rosa da un elicottero mentre viene intonata la musica de “il Padrino”, o, ancora peggio, quando lo Stato tratta e scende a patti con la Mafia.

Agli amanti del codice di Hammurabi o della legge del taglione (“occhio per occhio” tanto per intenderci) consiglio di informarsi e studiare molto prima di parlare e sentirsi in dovere di esprimersi con idee medioevali.

Il diritto è giustizia, non vendetta.

 

Federico De Giorgi

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