IL PENTITISMO

„Le dirò quanto basta perché lei possa ottenere alcuni risultati positivi, senza tuttavia che io debba subire un processo inutile. Ho fiducia in lei giudice Falcone, come ho fiducia nel vicequestore Gianni De Gennaro. Ma non mi fido di nessun altro. Non credo che lo Stato italiano abbia veramente l’intenzione di combattere la mafia.“

Tommaso Buscetta a Giovanni Falcone

 

Queste le parole proferite da Tommaso Buscetta, il pentito numero uno di Cosa Nostra, a Giovanni Falcone, poco prima di uno degli interrogatori che apporteranno elementi decisivi al Maxiprocesso alla mafia di fine anni Ottanta, il primo definito anche sulla base di dichiarazioni provenienti da chi, nella propria vita, aveva fatto parte dell’organizzazione mafiosa e aveva deciso di uscirne, forse per vendetta nei confronti dei Corleonesi, i quali avevano praticamente sterminato la sua famiglia.

 

Il fenomeno in Italia nasce qualche anno prima e non è correlato alla criminalità organizzata: si parlava, e si parla tutt’ora, di dissociazione, con riferimento a quei soggetti che si erano allontanati dai gruppi terroristici operanti nel Paese fin dagli anni Settanta e avevano collaborato con le autorità inquirenti per fornire elementi utili allo smantellamento di queste cellule. Il legislatore arriva a riconoscere questa ipotesi nella L.159/1980.

 

Ben presto, ci si rende conto che questo strumento può diventare determinante anche sul fronte della lotta alle varie organizzazioni mafiose operanti sul territorio nazionale: sono Giovanni Falcone e Antonino Scopelliti ad intuire l’importanza di poter conoscere la struttura, le ramificazioni, i rapporti e le modalità di azione delle organizzazioni criminali attraverso la conoscenza fornita da chi era stato parte integrante all’interno dei clan.

 

Uno sguardo alla legge: quali sono le norme che regolano la materia?

Il principale intervento in materia è la L.82/1991, modificata poi con un ulteriore intervento legislativo nel 2001 (L.45/2001). Quest’ultimo ha introdotto nell’ordinamento la figura del testimone di giustizia, accanto a quella più risalente del collaboratore di giustizia. La distinzione fondamentale risiede nell’intraneità del soggetto in esame all’organizzazione criminale: il collaboratore ha fatto parte del sodalizio mafioso, a vari livelli, ne conosce vari aspetti e decide di “pentirsi” sottoscrivendo una sorta di contratto mutualistico con lo Stato, per accedere ai benefici premiali e agli sconti di pena previsti dalla legge e. soprattutto, alla protezione per sé e la sua famiglia; il testimone, dal suo canto, non ha avuto contatti né legami con il clan, ma è stato, ad esempio, vittima di reati compiuti dai suoi elementi e può fornire elementi di riscontro in tal senso.

 

La l.82/1991 prevede tre soggetti coinvolti: l’autorità giudiziaria, che propone il programma di protezione ; la Commissione Centrale, a cui spetta il compito di concedere le misure di protezione; infine, il Servizio Centrale di Protezione, una struttura specializzata interforze che provvede all’attuazione dei programmi di protezione e alle misure di reinserimento sociale e lavorativo dei collaboratori/testimoni.

Misure speciali di protezione:

  • misure di tutela e accorgimenti tecnici di sicurezza (come la videosorveglianza);
  • misure di protezione necessarie per i trasferimenti in comuni diversi da quello di residenza;
  • interventi contingenti (anche economici) finalizzati al reinserimento sociale del collaboratore;
  • peculiari modalità di custodia, di trasferimento e di piantonamento.

Qualora si rivelassero inadeguate sia le misure ordinarie che quelle speciali di protezione, la Commissione ha la facoltà di adottare nuovi accorgimenti deliberando l’applicazione dello speciale programma di protezione (art.13, comma 5-11, d.l. 8/91). Il programma, attuato dal Scp, consente di integrare le misure esistenti con:

  • misure di assistenza personale ed economica;
  • misure atte a favorire il reinserimento sociale delle persone sottoposte a protezione;
  • altre misure straordinarie che si rivelino necessarie.

Le misure di assistenza economica, riservate ai collaboratori privi dei mezzi necessari per provvedervi in maniera autonoma, consistono:

  • nel pagamento delle spese d’affitto, di trasferimento, delle cure mediche (qualora sia impossibile rivolgersi a strutture pubbliche) e di quelle relative all’assistenza legale;
  • nell’assegno di mantenimento del collaboratore e delle persone a carico, nel caso di impossibilità degli stessi a svolgere un’attività lavorativa.

La revoca delle misure di protezione: entro un anno dalla dazione delle misure, la Commissione ha il compito di verificare se sussistano ancora i fattori che hanno portato alla loro comminazione o se procedere alla modifica o alla revoca delle stesse. In quest’ultimo caso, si parla di due distinte forme:

  1. funzionale, legata alla condotta del collaboratore e al pericolo che corre;
  2. disciplinare, connessa all’inosservanza degli impegni assunti, ai sensi dell’art.12, d.l. 8/91.

Quest’ultimo articolo prevede che i soggetti protetti si impegnino personalmente:

  • a) a osservare le norme di sicurezza prescritte e a collaborare attivamente all’esecuzione delle misure;
  • b) a sottoporsi agli interrogatori, all’esame o ad altro atto d’indagine, ivi compreso quello che prevede la redazione del verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione;
  • c) ad adempiere agli obblighi previsti dalla legge e dalle obbligazioni contratte;
  • d) a non rilasciare a soggetti diversi dall’autorità giudiziaria, dalle forze di polizia e dal proprio difensore, dichiarazioni concernenti fatti di interesse per i procedimenti in relazione ai quali hanno prestato o prestano la loro collaborazione, e a non incontrare né a contattare, con qualunque mezzo o tramite, alcuna persona dedita al crimine, né alcuna delle persone che collaborano con la giustizia, fatta salva, in quest’ultimo caso, l’autorizzazione dell’autorità giudiziaria in presenza di gravi esigenze inerenti alla vita familiare;
  • e) a specificare dettagliatamente tutti i beni posseduti o controllati, direttamente o per interposta persona, e le altre utilità delle quali dispongono direttamente o indirettamente, nonché, immediatamente dopo l’ammissione delle speciali misure di protezione, a versare il danaro frutto di attività illecite.

La revoca disciplinare può essere sia facoltativa che automatica, a seconda degli impegni violati dal collaboratore. Questi i casi:

  • compimento di reati indicativi del mutamento o della cessazione del pericolo;
  • rinuncia alle misure;
  • rifiuto di accettare adeguate opportunità di lavoro o di impresa;
  • ritorno non consentito al luogo dal quale è stato trasferito;
  • compimento un’altra azione che comporti la rivelazione dell’identità assunta, del luogo di residenza o delle altre misure applicate

La distinzione tra collaboratori e testimoni trova riscontro anche sul piano legislativo, soprattutto tenendo anche in conto un recente intervento del 2013, il quale ha consentito ai testimoni di giustizia di poter essere assunti nella pubblica amministrazione. Questi benefici concessi, ai sensi del combinato disposto tra l’art. 12 c. 3 della legge 45/2001 e l’art. 16- ter della legge 82/91:

  1. misure di protezione fino alla effettiva cessazione del pericolo per se’ e per i familiari;
  2. misure di assistenza, anche oltre la cessazione della protezione, volte a garantire un tenore di vita personale e familiare non inferiore a quello esistente prima dell’avvio del programma, fino a quando non riacquistano la possibilita’ di godere di un reddito proprio;
  3. capitalizzazione del costo dell’assistenza, in alternativa alla stessa;
  4. se dipendenti pubblici, mantenimento del posto di lavoro, in aspettativa retribuita, presso l’amministrazione dello Stato al cui ruolo appartengono, in attesa della definitiva sistemazione anche presso altra amministrazione dello Stato;
  5. corresponsione di una somma a titolo di mancato guadagno, concordata con la commissione, derivante dalla cessazione dell’attivita’ lavorativa propria e dei familiari nella localita’ di provenienza, sempre che non abbiano ricevuto un risarcimento al medesimo titolo, ai sensi della legge 23 febbraio 1999, n. 44;
  6. mutui agevolati volti al completo reinserimento proprio e dei familiari nella vita economica e sociale.

 

Quanti pentiti ci sono in Italia?

Per rispondere alla domanda, utilizzeremo prima una rilevazione ufficiale della Commissione Bicamerale Antimafia, che copre il periodo 1995-2007, poi alcuni articoli che ci aiuteranno a comprendere le oscillazioni relative al periodo 2007-2016. Sono numeri abbastanza grezzi, ma comunque utili per poter trarre delle considerazioni rispetto al fenomeno. Un fattore da tener presente nell’analisi è che i dati si riferiscono al totale delle persone protette; nel computo, rientrano i collaboratori e i testimoni di giustizia, nonché i loro familiari.

 

Fatta questa doverosa premessa, passiamo ai dati: nel 1995 il numero di persone protette era pari a 6017, nel 2007 si è passati a 3754, con un calo molto vistoso per quanto riguarda i collaboratori (da 1052 a 791), mentre il numero di testimoni è stato sempre più o meno costante, nonostante l’intervento legislativo del 2001 ( da 67 a 71, con un picco negativo di 56 nel 1997 e nel 1999 e un picco positivo di 74 nel 2001 e nel 2005).

 

Nel 2016, la popolazione protetta è pari a 6300 unità, ma numerosi fonti interne alle autorità di contrasto lamentano uno scadimento della qualità delle informazioni: a pentirsi sono affiliati di medio o basso cabotaggio, soggetti spesso tenuti fuori dalle logiche di comando dei clan e quindi non dotati delle necessarie conoscenze per poter attaccare la testa della piovra. Il 45% dei collaboratori/testimoni proviene dalla camorra, mentre pochissimi sono i contributi offerti dai fuoriusciti di ‘ndrangheta; la motivazione appare evidente, dal momento che nel secondo caso si parla di un’associazione basata in larghissima parte su legami familiari, per cui pentirsi significa mettere nei guai padri, fratelli, madri e zii. Un’ulteriore correlazione si crea con l’invasività delle indagini: più il clan viene disarticolato, più molti affiliati decideranno di collaborare con la giustizia per uscire dal vicolo cieco nel quale si vengono a trovare.

 

Ancora: emerge, dall’analisi dei dati e dalle dichiarazioni rese dagli investigatori, un generale malcontento per le condizioni di vita garantite sotto protezione: lo “stipendio” mensile parte dai 900 euro in su, a seconda dei familiari a carico (fino ad un massimo di cinque). Le risorse sono poche e sono state ulteriormente defalcate del 30% con la legge di stabilità del 2015.

 

Da queste considerazioni, si può evincere come lo Stato abbia bisogno di riconsiderare le sue valutazioni economiche sulla questione e, probabilmente, di rivedere anche la linea d’azione sin qui tenuta: viene spontaneo chiedersi –e su questo un’opinione pubblica di un certo livello dovrebbe interrogarsi- se non sia più utile, in un momento di congiuntura storica simile, investire maggiormente sulla prevenzione e sul lato “sociale” del contrasto alla criminalità organizzata. Siamo così sicuri che la sola linea repressiva sia la risposta e non solo una componente, sebbene essenziale per la lotta al fenomeno mafioso, di un disegno che deve tener conto di fattori ulteriori e diversificati? Conviene, infine, lasciare certe periferie e certi luoghi alla mafia, consentendole di presentarsi come unico modello di para-Stato assistenziale? Ai posteri l’ardua sentenza.

 

Mauro Mongiello

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