“ROMA NUN VO’ PADRONI”

 

20 Luglio 2017,  Aula Bunker di Rebibbia.

Dopo circa due anni e duecentoquaranta udienze, la X sezione penale – III Collegio del Tribunale di Roma, si pronuncia sulla cosiddetta “Mafia Capitale”.

Arriva il momento della verità dopo le migliaia di parole dette e scritte sul nuovo “Re di Roma” Massimo Carminati, il suo braccio destro Salvatore Buzzi e altri quarantaquattro imputati.

Per ventidue imputati vige anche l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso, ex articolo 416 bis del Codice Penale, e c’è grande curiosità di capire se, per la prima volta nella storia di Roma, si possa condannare per Mafia un gruppo autoctono, dopo due precedenti importanti in cui non venne riconosciuta l’aggravante mafiosa.

Nel 2000 la Cassazione fece cadere l’accusa “stampo mafioso” dell’associazione, accertata nei primi due gradi di giudizio, nei confronti della Banda della Magliana.

Nell’estate del 2013 invece, a Ostia, vennero arrestate oltre cinquanta persone appartenenti alle famiglie dei Fasciani e dei Triassi con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso. Nel processo di primo grado, presieduto da Rossana Ianniello, lo stesso magistrato che ha celebrato ed emesso il verdetto che ha visto annullata l’aggravate mafiosa in “Mafia Capitale”, ci fu la condanna per mafia di tutto il gruppo Fasciani ma l’assoluzione dei Triassi. In appello poi ci fu un ridimensionamento a semplice associazione a delinquere e si è ancora in attesa della pronuncia della Cassazione.

Tornando al presente e a “Mafia Capitale”, dicevamo che un mese fa è stata emessa la sentenza di primo grado. La Corte d’Assise ha condannato Massimo Carminati a vent’ anni di carcere, Salvatore Buzzi a diciannove  anni nonché altre trentanove persone per un totale di oltre cento di anni di carcere, ma non per associazione mafiosa: sono state infatti riconosciute due associazioni a delinquere “semplici”, con entrambe a capo Carminati, che è anche stato riconosciuto “delinquente abituale” (cioè “soggetto che persiste nel compimento di attività criminose, le quali sottolineano una materiale attitudine a commettere reati e che per questo versa in uno status specifico di pericolosità sociale”).

Ma quali sono le differenze sostanziali fra una “semplice” associazione a delinquere e una associazione a delinquere di stampo mafioso?

Entrambe per essere considerate tali devono essere composte da tre o più persone, ma:

  • nel primo caso ciò avviene solo “allo scopo di commettere più delitti” (art. 416 c.p.),
  • nel secondo caso “l’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgano della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali” (art. 416 bis c.p.).

Nella seconda ipotesi le pene e le misure accessorie sono quindi molto più gravi e ciò è giustificato dal maggiore allarme sociale che queste consorterie ingenerano nella collettività e dalla compenetrazione assai profonda che possono realizzare nei confronti della società, dell’economia e della popolazione di un determinato territorio.

L’articolo 416 bis tuttavia ci dice anche altro: “le disposizioni del presente articolo si applicano anche alla camorra, alla ‘ndrangheta e alle altre associazioni, comunque localmente denominate, anche straniere, che valendosi della forza intimidatrice del vincolo associativo perseguono scopi corrispondenti a quelli delle associazioni di tipo mafioso”.

Il legislatore ha quindi elencato quelle associazioni che, al momento della scrittura dell’articolo (ovvero in seguito all’ omicidio del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nel Settembre 1982), erano già state oggetto di indagine, ovvero Mafia, Camorra e ‘Ndrangheta (nel novero manca la Sacra Corona Unita, nata solo in seguito), lasciando però aperta la possibilità di farvene rientrare di ulteriori, qualora necessario.

Ci si domanda se abbia senso un elenco non esaustivo, che rischia di far desistere da una condanna di questo tipo verso un’associazione appena nata e priva di un nome “storico”, o se piuttosto fosse stato più opportuno elencare solo le caratteristiche da riscontrare per definire un’associazione “di stampo mafioso”.

“A Roma la mafia non esiste. Anche a Palermo non esisteva. È ora di rivedere un reato applicabile solo a gruppi capeggiati da meridionali”. Così esprime il suo dissenso Roberto Saviano in un tweet, nella speranza che in secondo grado ci possa essere un ribaltamento di quanto affermato in primo grado.

Per quanto provocatoria l’affermazione di Saviano non può che far riflettere: immaginiamo un’organizzazione come quella di Carminati in Puglia, in Calabria, in Sicilia o in Campania.

Immaginiamo una associazione che per anni abbia condizionato le istituzioni locali, abbia corrotto e commesso estorsioni, usure, turbative d’asta, abbia riciclato denaro e commesso decine di altri reati.

Immaginiamo che ormai abbia il pieno controllo di tutte o quasi le attività lecite o illecite che vengono realizzate nel territorio di appartenenza e che abbia a capo un ex esponente del gruppo eversivo d’ispirazione neofascista  come i NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari) nonchè affiliato alla Banda della Magliana, associazione a delinquere che solo pochi anni prima si salvò per miracolo dalla condanna di associazione a delinquere di stampo mafioso.

Chi viene dal Sud lo sa bene, per gridare alla Mafia basta molto meno e in situazioni come queste si ha come la sensazione che ci sia una disparità di trattamento.

Per adesso il Tribunale di Roma ha pronunciato solo il dispositivo, per le motivazioni bisognerà aspettare ancora un po’ e quello sarà il momento fondamentale per capire a fondo la decisione dei magistrati la quale, come sempre, andrà rispettata a prescindere e non solo quando ci fa comodo.

Di questa opinione anche il Procuratore aggiunto Paolo Ielo: “Aspetteremo le motivazioni per capire, credo che faremo appello. Sono state date anche condanne alte; rispettiamo la decisione dei giudici anche se ci danno torto in alcuni punti mentre in altri riconoscono il lavoro svolto in questi anni”.

Quello che preme sottolineare è che il sottoscritto, come tanti altri, non pretende a prescindere una condanna per mafia, ma teme che, sottovalutando la situazione e non qualificandola come tale, essa possa ulteriormente sfuggire di mano, aumentando la compenetrazione con territorio e popolazione, e possa rendere l’eventuale sradicamento successivo ancora più difficile.

Dopo questi due anni di indagini, libri, film, serie tv, articoli di giornali e accese discussioni nei talk shows questa sentenza ci dà una sensazione di grande confusione e quasi ci si inizia a chiedere se non sia stato raccontato l’ennesimo “Romanzo Criminale” per farci affezionare alla vicenda (che a prescindere dal riconoscimento dello “stampo mafioso” rimane gravissima).

Chissà se prima o poi verrà riconosciuta la presenza mafiosa a Roma, o se anche questa volta verrà dimostrato che, come si sa, “Roma nun vò padroni”.

                                                                                                 Federico De Giorgi

Autore: Federico De Giorgi

Studente di giurisprudenza, amante dello sport e del buon vino.

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